lunedì 30 novembre 2009

Dedicata a mio padre (240)

I miei genitori

Da te non ho sentito mai bestemmia,
ne parola volgare o imprecazione,
eppur non sempre c'è stata vendemmia,
non è che sia mancata l'occasione!

Quante volte ti alzavi la mattina
ancora prima che il gallo cantasse
e andavi a rimediare una fascina
perché almeno il pane non mancasse.

Era fatica allor pei muratori
il trovare da far qualche giornata,
se capitava non s'era sicuri
che questa qui venisse poi pagata.

E la cooperativa che ogni tanto
vi dava una cambiale come acconto,
dopo sei mesi fece fallimento
e gli operai perdeste tutto quanto.

Eppure giammai la disperazione
in famiglia o la collera rammento,
mai faceste tu e mamma discussione
ne gravare su noi tale tormento.

Nella miseria forse c'è più amore,
ed il benessere accentua l'egoismo,
ognun si chiude in se, più duro il cuore,
con i soldi sparisce l'altruismo.

Le vacche grasse finalmente giunte
e ognuno, colto dalla frenesia
di comprare ogni cosa, ben le ha munte,
il passato lo ha cancellato via.

L'unica, la tua sola aspirazione
vedere un figlio diventare maestro,
pel resto ti bastava un marafone,
non pretendevi far pieno il canestro.

Il tuo sogno s'è potuto avverare,
più che maestro Cecco è ora dottore,
anche se lui preferisce insegnare
matematica come professore.

Sta pur sicuro, non vorrà tagliare
qelle che state son le sue radici
di umile progenie popolare.
Non sono stati vani i sacrifici.

Aprile 1981;
da: Vita e Lavoro





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