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Fuoco che scoppiettante nel camino
tenevi il gelo fuori della stanza,
covavi brace per empir scaldino,
con lena nuova la novella danza
senza indugi scioglievi quando nonna,
tua adoratrice, ti rinfocolava,
e, prona in te come nella Madonna,
Lei pensando, il rosario biascicava.
Nonna Letizia, quanta fede avesti,
tu che portavi il graffio della guerra,
quante le cose che tu m'insegnasti
hanno ancora valore sulla terra?
Povera nonna, non perdevi messa,
ne vento ne acqua o neve ti fermava,
temevi tanto l'avanzata rossa
ciò che in famiglia tanto si sperava,
Pacelli dié scomunica sicura
a tutti i rossi socialcomunisti,
tanti i bigotti a mettersi paura
e, nonna, tu ti buttasti con questi.
L'odio che allor sembrava essere spento
ritornò a seminarlo quel pastore
dimenticandosi dell'insegnamento
d'amor lasciato da Nostro Signore.
Popol che pesa ma non compra tutto
quel che si vende se ciò non gli aggrada,
popol che con sudore coglie il frutto
difficilmente lascia la sua strada;
fu così che la scomunica non valse
per chi vedeva un Dio senza colori,
un Papa Buono, cancellò rivalse
aprendo a chi mai s'era chiuso fuori.
Padre Anastasio, quel buon fraticello,
chiese a mia madre nella confessione:
-Per chi ha votato?- Lei - Falce martello!-
- Avrò pazienza, ecco l'assoluzione!-
Mia madre, donna energica, sanguigna,
rossa nel cuore, rossa nelle gote,
rossa come la terra di Romagna
che mai si stinge pur se si percuote.
Spirto tenace, solido, di roccia,
da secoli trascina mille mali,
s'uno s'allevia l'altro fuori sboccia
che per dottori non vi sono uguali,
nome d'amletica tragedia, immensa,
mai fù di pene il fardello vuoto,
se non temette mai la prepotenza
una cosa temette, il terremoto.
Il terremoto, quel che anticamente
del paese distrusse quasi tutto
tanto che fece un voto quella gente
ed ogni anno ricommemora il lutto.
Scrollò la panca, scosse la vetrina,
pietrificati poi fu un urlo solo:
- E' teremoot!- e l'eco fuori espanse,
tutti all'aperto ringraziando agosto,
chi strillò tanto, chi pregò, chi pianse,
lontan dai tetti per dormir fu posto
l'accampamento in orti, lungo il fiume,
quindici giorni, un campeggio forzato
dalla paura, e questo fece lume
su chi si era di coraggio gonfiato.
C'era un gigante, era un gigante buono,
a sentir lui spaccava tutti e tutto,
bocca tonante, fabbrica di tuono,
in quella prova se la fece sotto.
Il giorno in casa stando sempre all'erta,
ad ogni scossa un grido - E' teremooot!-
e quando a sera, ognun la sua coperta,
Cecco gridava - O riva! O riva e moot!-
Mia nonna muta, mamma stralunata,
mio padre calmo, ci faceva veglia,
quando l'ombra del sonno era calata
tornava a casa ad aspettar la sveglia;
allora conobbi in mio padre il saggio,
indifferente ai comuni umori,
sì che lo vidi eroe, pien di coraggio,
senza schernire chi tremava fuori.
Lui credeva in Bendandi, lo scienziato
che per le sue funeste previsioni
da Mussolini venne minacciato;
( dittatore non accetta ragioni).
Il faentino sentenziò assestamento
e assestamento fu, perché scemando
il fenomeno andò sino al momento
che il senno ritornò, sparì lo sbando.
Socialista mio padre e l'influenza
per la sua fede, per il suo pensare,
fu di quel Pietro, sempre di Faenza
che masticò le delusioni amare. (156)
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diario in versi del secondo novecento