mercoledì 28 ottobre 2009

POMEZIA (144)


Pomezia, giovane fanciulla,
sui lievi colli che ti fan da culla
nei primi lustri, senza far rumore,
del mar selvaggio cogliesti il sapore.

La scelta fatta in alto fu fatale,
ti trasformò in polo industriale,
senza più freni, senza più pudori,
dall'anonimato uscisti fuori.

D'ogni tipo crebbero gli impianti,
i coloni furon commercianti,
e fabbriche... e stabilimenti,
da tutta Italia giunsero le genti.

Ai figli di quel ceppo cispadano
che la malaria toccò di sua mano,
s'unirono sardi e calabresi,
napoletani, siculi e abruzzesi.

Tu, che nata eri contadina
ti sei trovata dalla sera alla mattina
del Lazio la più grossa industriale;
chissà se è stato bene oppure male.

Tante persone da ogni regione,
solo il lavoro ne tentò l'unione,
assai duro fu l'inserimento
ma non per i padroni del cemento.

Tu, malguidata e senza esperienza
subisti ogni sorte di violenza,
t'hanno ricopera di mattoni,
politicanti hanno fatto i milioni,
despoti, cui l'unico strumento
fu la funzione di collocamento.

E' nata forse la generazione
che formerà un giorno quell'unione
senza rivalità ne diffidenza
che c'è tra ceppi di varia provenienza.

Nati sotto il tuo tetto,
son figli tuoi; ti porteran rispetto.

(Pomezia primi anni 80; versione integrale)
da: Ricordi

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