PER NON DIMENTICAREEra il sessantatre, là in quella valle
dove s'alza la nebbia ogni mattino,
dove per mesi non escon le stelle,
dove il Piemonte si ferma al Ticino.
L'inverno fu assai rigido, rammento
gli alberi che parevan di cristallo,
i fili tesi parevan d'argento,
il lavorar non era tanto bello.
Stavamo costruendo i serbatoi,
immensi monumenti a quel progresso
da ognun bramato allor, anche se poi
le conseguenze le paghiamo adesso.
Quella raffineria già funzionava,
na cattedrale inponente ed orrenda
che sulla valle intera dominava
come castello d'oscura leggenda.
Dei serbatoi, la lor possente mole
lì, dal nulla, s'alzava lentamente,
se i carpentieri posavan virole,
le univan saldatori alacremente.
Minuscole fiammelle, luccicanti,
in un frinir continuo di cicale
fendean l'aer da mesi, incessanti,
come stelle che il lor mirar fa male.
Al fragor assordante di mitraglia
fatto al martellar di scarpellini,
la mazza, come cannone in battaglia
rispondeva dai serbatoi vicini.
Al lento progredir delle virole
internamene un ponte le seguiva,
traballante, di due tavole sole,
e sopra d'esso noi si lavorava.
S'alzava il serbatoio, così il ponte
che per salirvi già era un'impresa
peggior di chi scalar volesse un monte,
e non più facile era la discesa.
Finalmente, sulla cima arrivati
di sollievo si tirava un sospiro,
al vuoto, piano piano, abituati,
tranquillamente si andava in giro.
Un dì precipitò uno scalpellino,
scivolò giù tra il ponte e la parete
noi tutti allor parlammo del destino,
lui non morì, sebben l'ungesse il prete.
Lui era un gigante, grande e grosso,
ma dopo l'incidente era calato
più di metà, ridotto pelle e osso,
oltre agli arti inferiori, mutilato.
Il destino è crudel, naturalmente
colui che è spettatore solo assiste
e a se ripete: "non posso far niente"
anche s'ha il cor sinceramente triste.
Qualche giorno, passata la paura,
non posso dir vi fosse un'ispezione,
di certo non cambiò l'impalcatura,
sempre due tavole e solo un cordone.
Come per ironia della sorte
numero tredici era numerato
quel serbatoio, e in seno suo la morte
tesseva ancora gelido l'agguato.
Già l'ultime virole eran posate,
mancava poco ancora da saldare
prima di tirare su le capriate,
gli uccelli vedevam bassi volare.
Dopo mesi di fatica e sudore
avevam l'ansia di vedere il tetto,
un grido, un tonfo; raggelò il cuore;
si disse: "il serbatoio è maledetto!"
Nessuno c'accennò a far protesta,
l'ordine fu di rinforzare i ponti
ciononostante stavolta l'inchiesta
trovò qualcuno che pagasse i conti.
Essendo quello un cantiere imponente
qualcuno disse:- è cosa naturale
che succeda ogni tanto un incidente,
rientra tutto nella percentuale.-
La carestia subita nel passato
di anni senza pane ne lavoro
aveva l'operaio rassegnato;
tabù parlar d'ambiente di lavoro.
Era il sessatatré, in quel momento
nessun parlava ancor di prevenzione,
ogni energia e qualunque strumento
tutto al servizio della produzione.
L'operaio, colui che comadava,
senza una competenza o cognizione
allo sbaraglio spesso lo mandava,
sempre lo stesso fine...produzione.
Come gli spicchi d'una torta immensa
le capriate tagliavano il cielo,
era svanita ormai la nebbia densa,
la calda estate sciolto aveva il velo.
Ancor grande di cielo era la fetta
quando il sostegno al centro venne tolto,
forse perché qualcuno aveva fretta,
certo perché non ragionava molto.
Come immenso cilindro di cartone
cedette al peso ch'era sbilanciato,
si ripeteva la maledizione?
non si poteva contrastare il fato?
Stavolta di fortuna si parlò
perch'era vuoto sol da qualche istante
il serbatoio quando allor crollò,
miracolo! Nessun si fece niente.
Non era il serbatoio maledetto,
bensì il modo come si lavorava
a non tener della vita rispetto,
qualcun sull'altrui pelle speculava.
Lunghi anni di lotte e di conquiste
hanno tracciato il solco da quei giorni,
ma c'è chi non s'arrende, ancora insiste
perché magari a quei tempi si torni.
1981 da: Vita eLavoro
dove s'alza la nebbia ogni mattino,
dove per mesi non escon le stelle,
dove il Piemonte si ferma al Ticino.
L'inverno fu assai rigido, rammento
gli alberi che parevan di cristallo,
i fili tesi parevan d'argento,
il lavorar non era tanto bello.
Stavamo costruendo i serbatoi,
immensi monumenti a quel progresso
da ognun bramato allor, anche se poi
le conseguenze le paghiamo adesso.
Quella raffineria già funzionava,
na cattedrale inponente ed orrenda
che sulla valle intera dominava
come castello d'oscura leggenda.
Dei serbatoi, la lor possente mole
lì, dal nulla, s'alzava lentamente,
se i carpentieri posavan virole,
le univan saldatori alacremente.
Minuscole fiammelle, luccicanti,
in un frinir continuo di cicale
fendean l'aer da mesi, incessanti,
come stelle che il lor mirar fa male.
Al fragor assordante di mitraglia
fatto al martellar di scarpellini,
la mazza, come cannone in battaglia
rispondeva dai serbatoi vicini.
Al lento progredir delle virole
internamene un ponte le seguiva,
traballante, di due tavole sole,
e sopra d'esso noi si lavorava.
S'alzava il serbatoio, così il ponte
che per salirvi già era un'impresa
peggior di chi scalar volesse un monte,
e non più facile era la discesa.
Finalmente, sulla cima arrivati
di sollievo si tirava un sospiro,
al vuoto, piano piano, abituati,
tranquillamente si andava in giro.
Un dì precipitò uno scalpellino,
scivolò giù tra il ponte e la parete
noi tutti allor parlammo del destino,
lui non morì, sebben l'ungesse il prete.
Lui era un gigante, grande e grosso,
ma dopo l'incidente era calato
più di metà, ridotto pelle e osso,
oltre agli arti inferiori, mutilato.
Il destino è crudel, naturalmente
colui che è spettatore solo assiste
e a se ripete: "non posso far niente"
anche s'ha il cor sinceramente triste.
Qualche giorno, passata la paura,
non posso dir vi fosse un'ispezione,
di certo non cambiò l'impalcatura,
sempre due tavole e solo un cordone.
Come per ironia della sorte
numero tredici era numerato
quel serbatoio, e in seno suo la morte
tesseva ancora gelido l'agguato.
Già l'ultime virole eran posate,
mancava poco ancora da saldare
prima di tirare su le capriate,
gli uccelli vedevam bassi volare.
Dopo mesi di fatica e sudore
avevam l'ansia di vedere il tetto,
un grido, un tonfo; raggelò il cuore;
si disse: "il serbatoio è maledetto!"
Nessuno c'accennò a far protesta,
l'ordine fu di rinforzare i ponti
ciononostante stavolta l'inchiesta
trovò qualcuno che pagasse i conti.
Essendo quello un cantiere imponente
qualcuno disse:- è cosa naturale
che succeda ogni tanto un incidente,
rientra tutto nella percentuale.-
La carestia subita nel passato
di anni senza pane ne lavoro
aveva l'operaio rassegnato;
tabù parlar d'ambiente di lavoro.
Era il sessatatré, in quel momento
nessun parlava ancor di prevenzione,
ogni energia e qualunque strumento
tutto al servizio della produzione.
L'operaio, colui che comadava,
senza una competenza o cognizione
allo sbaraglio spesso lo mandava,
sempre lo stesso fine...produzione.
Come gli spicchi d'una torta immensa
le capriate tagliavano il cielo,
era svanita ormai la nebbia densa,
la calda estate sciolto aveva il velo.
Ancor grande di cielo era la fetta
quando il sostegno al centro venne tolto,
forse perché qualcuno aveva fretta,
certo perché non ragionava molto.
Come immenso cilindro di cartone
cedette al peso ch'era sbilanciato,
si ripeteva la maledizione?
non si poteva contrastare il fato?
Stavolta di fortuna si parlò
perch'era vuoto sol da qualche istante
il serbatoio quando allor crollò,
miracolo! Nessun si fece niente.
Non era il serbatoio maledetto,
bensì il modo come si lavorava
a non tener della vita rispetto,
qualcun sull'altrui pelle speculava.
Lunghi anni di lotte e di conquiste
hanno tracciato il solco da quei giorni,
ma c'è chi non s'arrende, ancora insiste
perché magari a quei tempi si torni.
1981 da: Vita eLavoro
nella foto il serbatoio N° 13 , raffineria di Trecate
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