venerdì 15 maggio 2009

LA FAVOLA (29)

PER NON DIMENTICARE

L'ULTIMO OPERAIO.

E una favola lunga, un poco triste,
è la storia del'ultimo operaio
che fece lotte, ottenne conquiste
e poi sparì, Chissà per quale guaio.

Già da fanciullo se ne andò a bottega
senza fuggir dell'obbligo la scuola,
banchi al mattino poi martello e sega,
qualche ceffone, qualche brutta parola.

lui abbozzò ed imparò il mestiere,
presto finì la scuola, ed il futuro
era scolpito già sopra il dovere
di un lavoro sì duro ma sicuro.

Quattordici anni, ancora bambino,
ancora imberbe ma già registrato
quale operaio, tracciato il cammino
che con orgoglio non ha più lasciato.

Anni sessanta, fu tutto un fiorire
di grandi fabbriche, di grandi cantieri,
tutto era grande,piccole le mire
ma il boom accese nuovi desideri.

Assolto quello che allo stato aspetta
si prese moglie, (senza fare prove),
impararono insieme la ricetta
che poi è quella che ogni cosa muove.

Con la tivù ci furon le cambiali
e, anche s'era misero il salario,
la moglie faceva i salti mortali;
mai disatteso venne l'onorario.

Poi venne il frigo, poi la lavatrice,
oggetti oggi più che naturali,
cose che allora rendevano felice
chi le poteva aver...Quante cambiali!

Vennero i figli, subito fu gioia,
-Ma quale gioia, crebbero i pensieri!-
Hai ragione mia cara, ma la noia
mai riuscì a tenerci prigionieri.

Fu il momento dell'auto, questa volta
le cambiali mettevano paura,
due - tre anni, una rata molto alta,
comunque azzardammo l'avventura.

Sempre la moglie a gestire i conti,
si rinunciava ad un paio di calzoni
ma la domenica s'era sempre pronti
con l'auto per cercar nuove emozioni.

Fummo di colpo dei consumatori
ma il consumismo pretende danaro,
la coscienza svegliò i lavoratori;
anche il progresso può essere amaro.

Quando dal sonno sveglia la coscienza
è problematico poi tenerla a freno,
ogni richiesta può apparir violenza,
si fa strada fra gli animi il veleno.

Chi crea prodotti venderli li deve
ma per comprarli serve la moneta,
il consumistico uomo tutto beve,
in ogni novità vede una meta.

Quello che accadde era già scontato
da chi tiene le leve del potere,
ma ciò che chiedi mai ti sarà dato
se non combatti per poterlo avere.

Una organizzazione sonnolenta
memore delle cariche scelbiane
riaccese la fiammella ch'era spenta,
pel companatico or che c'era il pane.

Il vento proletario soffiò forte
che il fuoco prese piede in un baleno,
non puntò solo alla cassaforte
ma dei diritti volle fare il pieno.

S'ottenne che infortunio e malattia
venissero pagati per intero,
trenta giorni di ferie; -Mamma mia!-
per l'operaio non pareva vero.

Era così potente il sindacato
che uno "Statuto dei Lavoratori"
molto garantista e molto avanzato
si riuscì a strappare a "lor signori"

Nacquero i delegati, quanti allora
scelscero quella strada con l'impegno
di migliorare il mondo? Quanti ancora
la corsero per comodo disegno?

Comunque sia fu tanta l'euforia
ma solidarietà non venne spenta,
parve fiorir fra tutti un'armonia
da far la gente tutta pù contenta

Quante assemblee, quanti l'argomenti,
"mezzogiorno", la disoccupazione,
non erano trascurati gli aumenti
ma quelli li mangiava l'inflazione.

Pur le mogli varcarono i cancelli,
doppio stipendo, cosa mai sperata
prima d'allora, che i sogni più belli
furon per chi lavora, alla portata.

Comprarsi casa è il più grande sogno
per chi da proletaria stirpe viene,
si poté soddisfar questo bisogno
pur se non poche furono le pene.

Il "capitale" non è generoso
per sua natura, ma aspetta che il vento
cambi di rotta, non resta a riposo,
-Dovrà pure finir questo momento!-

Il vento cambiò rotta, lentamente
ché il "capitale" che mai s'era arreso,
l'indole ritrovò del prepotente
e l'operaio si trovò indifeso.

S'eran creati gli ammortizzatori
per attutire lo scontro sociale,
mina per l'unità, i lavoratori
se son spaccati non fanno più male.

Mobilità, cassaintegrazione
hanno tenuto a freno la protesta
ma s'è negato a una generazione
d'entrare in campo. Che società è questa?

Si son svendute in nome del profitto
le conquiste di trent'anni di lotte,
lui solo ancor vanta qualche diritto,
per tutti gli altri s'è rifatta notte. (1)

E' malinconico" l'ultimo operaio "
lui, che aveva il "padrone" e mai fu servo,
vede i suoi figli schiavi e. il peggior guaio,
al consumismo dar midollo e nervo.

Gioventù che è appesa a un cellulare,
schiava dei suoi bisogni ed alienata,
che ha studiato e non sa cosa fare
e alla precarietà s'è rassegnata.

ha speso nei Mac Donalds la coscienza,
ha tutto all'infuori del futuro,
vive con noia la propria opulenza,
pei deboli s'è fatto il mondo duro.

ché l'individualismo esasperato
non ti consente di guardare indietro,
ci si sdegna a parlar del sindacato,
ognun misura con il proprio metro.

L'operaio s'interroga ed è triste,
questo non è il mondo che voleva,
forse il mondo perfetto non esiste
ma lui un po' più giusto già lo aveva

E' male sopportato dal "padrone"
anche se è stanco e non può più ferire,
ma ha l'orgoglio d'una generazione
che mai servile fu...Pur di soffrire.

(1) lavoratori precari
2001- da Favolai







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