giovedì 26 marzo 2009

L'operaio II (8)


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Furon palestra il fiume ed il "Mercato"
l'un che da lavatoio allor fungeva,
l'altro perché rione dov'ero nato,
l'un l'altro da finestra si vedeva;
impero vario e vasto per fanciulli
e, se mancavan giochi fabbricati
non era impresa fabbricar trastulli,
di fantasia noi eravamo armati.
Ci bastava avere un pugno di mota
fare una conca, spiaccicarla al suolo,
ridurre in pizza la conca già vuota
poi vederla scoppiare verso il cielo,
quel ciak bastava a rallegrare il cuore,
cuor di fanciullo che ancora non pecca,
però già sa godere, e, con rumore,
esulta quando l'altro fa cilecca.
Non era tempo quello assai veloce,
passavan lenti giorni e settimane,
l'uomo portava bene la sua croce,
non tutti i giorni rimediava il pane.
Pane, ti ho visto allora lievitare
e poi, sopra un tavoliere impastato
da mani d'oro, porto ad infornare
sopra un'asse sulla spalla, allineato.
Sapore antico che più si rammenta
come l'aringa, come il castagnaccio,
come il paiolo pieno di polenta
che a girarla ti si stancava il braccio,
e di castagne la dolce farina
pressavamo in ditali come il gioco
che fanno oggi i bambini alla marina
e in pasticcini trasformava il fuoco. (64)
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Dal diario in versi del secondo novecento
Foto; La casa nel Mercato dove sono nato.

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